SHAME

“Inchiodato all’amore
crocifisso di spalle
che non lo possa abbracciare
e non una bestemmia
e nemmeno il dolore.”

- Cesare Basile, Dal cranio

Da cosa fugge Brandon, il maschio-omega di “Shame”, che corre di notte per le strade di NYC?

Dal disgusto nell’udire se stesso nei gemiti della sorella in una delle sue sessioni di random sex che gli ricorda i suoi due inferni: il primo, il caos della sua “vita sessuale”; il secondo (che poi è la sola causa retroattiva del precedente): l’ossessione che gli si debba dare un ordine.

Anni fa un amico, durante una notte etilica, mi confessò che non era più capace di uscire con una donna per mancanza di argomenti di conversazione. “Quando alla fine ci ritroviamo l’uno di fronte all’altra,” disse, “senza niente in mezzo, senza più nessuna possibilità di tergiversare, l’unica cosa che mi viene di chiederle è: quanto vuoi?

Il mio amico non comprese mai quanto si era avvicinato ad una verità decisiva, e cioè che la sola possibilità dell’amore, vigente la società in cui sopravviviamo, si rivela, per scomparire un attimo dopo, proprio nel palesarsi della sua impossibilità. Non sorprenderà quindi che, qualche anno più tardi, optò per il consueto disastroso ordine del matrimonio.

Lo stesso sembra essere quello che accade al protagonista del film di Steve McQueen, il quale è certo di possedere almeno una goccia di umanità dentro di sé – altrimenti cos’è quel liquido che gli esce dagli occhi mentre la sorella Sissy canta nel bar?

Così l’inferno di Brandon trova il modo di duplicarsi nella fatica di Sisifo di tentare di annullare se stesso. Alla luce del “c’è ancora qualcosa da salvare dentro di me” si stabilisce una singolare specularità a tre tra il regista che dipinge spregiativamente (o pietosamente, che vale a dire la stessa cosa) il suo protagonista che dipinge spregiativamente la sorella per la disordinata vita sessuale, identica alla sua ma priva della stessa sistematicità. Un effetto che non manca di moltiplicarsi immediatamente nell’audience delle sale cinematografiche la quale, senza doverci pensare troppo, riconosce nell’ultima scena del film quella tenue scintilla di redenzione che desidererebbe per sé.

Conclusione: nell’imperativo contemporaneo del godimento “ma col senso della misura”, il puritanesimo che la morale laica aveva cacciato dalla porta, (preoccupandosi di farlo col massimo clamore possibile), rientra zitto zitto dalla finestra perché il vuoto lasciato nella struttura della società inumana è insostenibile. E tutto questo lo chiama amore.

“Shame” – falso, noioso e fastidiosamente perbenista a cominciare dal titolo che gli si è dato.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s