L’AVVOCATO DEL DIAVOLO

“The most merciful thing in the world, I think, is the inability of the human mind to correlate all its contents. We live on a placid island of ignorance in the midst of black seas of infinity; and it was not meant that we should voyage far.” (H. P. Lovecraft)

“Beati gli smemorati poiché hanno la meglio persino sui loro errori” (Friedrich Nietzsche)

Scrivo questa breve nota in risposta alla proposta di Fabrizio Falconi di commentare un articolo di Remo Bodei apparso sul Sole 24 Ore di Domenica 5 Aprile intitolato “Assalto alla Democrazia” e che ora è diventato oggetto di una nota dello stesso Fabrizio sulla sua pagina di FB.

Vorrei poter dire di essere distante “solo” anni luce dalla posizione critica che Sheldon Wolin sembra assumere (1) nel suo nuovo saggio “Democracy Incorporated”, ma la verità è che ho la sensazione di trovarmi piuttosto in un differente universo – neppure parallelo al suo.

Il confronto con la critica della democrazia operata dal filosofo americano mi sembra comunque utile per riassumere brevemente qual è la mia opinione in materia di politica, a vantaggio di coloro a cui è capitato di leggere i miei commenti e giudicato arbitrarie (quando non bizzarre) le posizioni che ho assunto in alcune occasioni.

La modestia mi obbliga inoltre ad aggiungere che non credo che nessuno tra coloro i quali, trovandosi di fronte a questa nota decideranno di ignorarla, avrà perso un’importante occasione nella vita (anche se in cuor mio lo penso…).

Ok, bando alle chiacchiere.

Ciò che mi sembra di capire (non ho letto il suo libro, quindi non mi sento di insistere) è che la critica di Wolin si rivolga essenzialmente al modo in cui gli apparati dello stato (nello specifico: lo stato americano) controllano e “dirigono” i cittadini, dando vita a ciò che l’autore chiama “totalitarismo invertito”.

A parte i differenti oggetti delle nostre rispettive critiche (il mio lo individuerei nella prassi del singolo entro la cornice di ogni democrazia rappresentativa contemporanea); ciò che nella mia interpretazione procede decisamente in direzione opposta a quella di Wolin è, per cosi’ dire, il verso del vettore che lega insieme gli apparati di potere e il cittadino.

Per Wolin (e per Bodei) infatti si tratta di proteggere il “sano” nucleo originario della democrazia dall’attacco di agenti esterni (le corporations) che la starebbero trasformando nel suo opposto. Da ciò il titolo dell’articolo di Bodei “Assalto alla Democrazia” e quello del saggio di Wolin “Democracy Inc.”. In altre parole quello che viene agitato sin dal primo approccio è lo spettro della privatizzazione della sfera pubblica – tema molto sentito anche in Italia e cavallo di battaglia della sinistra.

Per contro, il ribaltamento dei suddetti rapporti di forza che tento di operare con la mia tesi, non solo mi offre gli spunti per un’analisi controintuitiva; ma mi suggerisce anche la possibilità di un percorso inusuale per l’agire individuale in campo etico e politico.

Per quanti sforzi faccia, cio’ di cui non riesco a convincermi è il fatto che tutta la responsabilità dell’orrore del mondo sia nelle mani di pochi orribili avidi personaggi che tengono in pugno l’umanità intera. Da dove viene il loro potere? Perché il resto del mondo, pur costituendo la stragrande maggioranza, non riesce ad opporgli resistenza? Inoltre (e questo è il più malizioso dei quesiti), dove e come si individua il “confine” tra “heroes e villains”? Sono forse i “cattivi” davvero l’incarnazione del “male radicale”, o quest’ultimo risiede già nei “buoni”, nella forma di ciò che Hannah Arendt notoriamente ha chiamato “banalità del male”?

Theodor Adorno, in una battuta polemica contro la distinzione operata dalla Arendt tra “male radicale” e “male banale”, disse una volta qualcosa come: la radicalità del male consiste nel suo essere “banale”. Questa affermazione offre, secondo me, una possibile scappatoia dal vicolo cieco della dicotomia prospettata prima da Wolin e Bodei.

Se vogliamo avventurarci per questo sentiero, l’atteggiamento appropriato da assumere è – manco a dirlo, visto che si parla del “male” – quello dell'”avvocato del diavolo”…

Per quanto a prima vista possa apparire ridicola, la domanda che continuo a pormi è: come ridisegneremmo la “mappa del potere” se il rapporto tra, chiamiamoli “vertice” e “base”, risultasse essere invertito rispetto a quello descritto dall’opinione popolare (condivisa come abbiamo visto anche da Bodei e Wolin) secondo cui e’ il potere a manovrare i cittadini passivi narcotizzati attraverso le tecniche di “manipolazione del consenso”?

E se fosse invece proprio il tessuto della prassi collettiva – l’inter/agire di noi tutti – a disegnare le forme del potere, a crearne i ruoli e ad assegnarli?

In altre parole: e se il potere fosse così come ne facciamo esperienza, non perché ci viene imposto dall’alto, ma proprio perché noi, senza rendercene conto, lo desideriamo precisamente in questo modo – anche se nessuno sarebbe disposto ad ammetterlo neppure sotto l’effetto del siero della verita’?

Queste domande solleverebbero a loro volta un altro nuvolone di questioni di cui le prime potrebbero essere: perche’ mai dovremmo essere così folli da dar vita – seppur inconsciamente – a una cosa così disumana come un sistema organizzato dell’ingiustizia e della sopraffazione? Quale meccanismo perverso mettiamo in moto per diventare i critici più spietati di ciò che in realtà desideriamo? E se fosse proprio il modo in cui esercitiamo la critica (intesa come l’opposto del consenso) a generare “il mostro”?

Qualcuno di recente ha detto che non ci sono solo risposte sbagliate a problemi veri, ma anche domande sbagliate che contribuiscono alla creazione di quei problemi. Ma, mi chiedo, il modo sbagliato in cui talvolta questioniamo il mondo e la storia e’ da attribuirsi ad un limite (contingente o assoluto) come la mancanza degli strumenti necessari, o è una precisa strategia – non troppo astuta – di sopravvivenza individuale?

Ecco dunque cosa mi sembra di aver capito circa il funzionamento del meccanismo di cui sopra:

Per cominciare dirò che ritengo falso e fuorviante l’assunto secondo cui “la base” soffre di una visione distorta causata da qualche genere di ideologia “calata dall’alto” che gli impedisce di vedere il mondo nella sua reale brutalità.

A costo di apparire in contraddizione con quanto ho già scritto altrove (ma a ben vedere non lo sono affatto), la mia ipotesi è che ognuno di noi – a prescindere dalla cultura e, se esiste, dal quoziente intellettivo – fa esperienza diretta e immediata dell’orrore della sofferenza, della guerra, della miseria materiale e morale personale e dei propri simili; e che la moltiplicazione degli schermi nell’universo mediatico insieme al “potere di persuasione” degli apparati, non bastano da soli a spiegare ciò che ci permette di sopportarli.

Ciò che ci si para di fronte è piuttosto, secondo me, una forma di “co-produzione” dell’orrore in cui il ruolo dell'”utenza” è decisamente quello propulsivo, invece che passivo come appare nell’articolo di Bodei.

La parola chiave di questo meccanismo perverso è la cosiddetta “compartimentazione”.

La prima ed unica massima della “compartimentazione” è la stessa che, possiamo dire, ispira le scienze cognitive, e cioé: “Se hai due problemi, tienili ben separati e risolvili ognuno per sé – li paghi a rate, i problemi sono piu’ maneggevoli, non rischi pericolose interazioni”.

Chi non sarebbe d’accordo con una cosi’ brillante e semplice impostazione utilitaristica?

Lo stesso principio ispira la concezione postmoderna, che, come sappiamo, vieta assolutamente ogni possibile raccolta di elementi discreti entro la cornice di una “grande narrazione”.

Il compito della compartimentazione consiste pertanto nell’impedire ai due problemi di “dialogare” tra loro, e viene operata attraverso l’erezione di un muro che li tenga ben separati – “ignoranti” l’uno dell’altro.

A quali conclusioni giungeremmo dando credito alla mia ipotesi?

1) I problemi hanno la tendenza ad unificarsi.

2) La compartimentazione è un tentativo di rimozione del doloroso principio unificante dei problemi.

Per fare un esempio di ciò che intendo, ecco una storiella comica che mi è realmente accaduta:

Nel recente passato mi è capitato di montare un documentario didattico sul cosiddetto “Sviluppo Sostenibile” per conto di una delle tante compagnie che fanno profitti reimpacchettando in forma di fobie ecocatastrofiste i sensi di colpa dell’Occidente sviluppato e rivendendoli agli occidentali stessi.

Come si può immaginare, in quel programma venivano sollevate le solite questioni relative all’ambiente: effetto serra, popolazione, consumismo, ecc. I temi stessi del documentario, dato l’intento didattico, erano strutturati in “capitoli”.

Uno di questi capitoli era la sovrappopolazione della terra. Quest’ultimo veniva presentato attraverso la seguente “ragionevole” affermazione: “Too many people put a strain on natural resources” (“La sovrappopolazione costituisce uno stress per le risorse naturali”) – le immagini, di cattivissimo gusto, erano gli interni di un ospizio per anziani – ma non e’ questo il punto…

Una ventina di minuti più avanti nel programma – dopo svariati altri argomenti – il documentario chiudeva con “la morale” sintetizzata con un proverbio altrettanto “ragionevole” : “A journey of a thousand miles begins with one step” (“Un viaggio di mille miglia comincia con un passo”) – ovvero: facciamoci carico delle nostre responsabilita’ personali nel contribuire alla “sostenibilità” del nostro stare al mondo, non aspettiamo che siano gli altri a cominciare, diamo il buon esempio, ecc.

A questo punto vi starete chiedendo: ma cosa c’è di comico in tutto questo? Beh, se proviamo a “montare” la prescrizione finale del documentario (“A journey of one thousand miles…”), dopo lo statement a proposito della sovrapopolazione (“Too many people put a strain…), risulterà che per alleggerire il carico alla povera madre terra la cosa migliore è cominciare a dare il buon esempio sparandosi in testa…

Cosa intendo dimostrare con questa boutade? Che, finché teniamo il compartimento “popolazione” lontano dalla prescrizione di “dare l’esempio”, il discorso fila sano e ragionevole. Quando però applichiamo la norma “retroattivamente”, si genera un cortocircuito che crea non pochi imbarazzi.

Scherzi a parte, la rimozione dell’unitarietà del discorso serve proprio ad evitare la pena di simili figuracce.

Tornando alla mia ipotesi iniziale, mi sento adesso di poter affermare che la condizione da rispettare affinché ognuno di noi possa sopportare l’esperienza diretta e immediata dell’orrore è frazionarlo di modo che quando ce ne troviamo di fronte un “pezzo”, ci siamo in qualche misura “dimenticati” degli altri di cui siamo stati testimoni in precedenza.

Come si applica tutto ciò al discorso sulla democrazia, e quali sono le sue conseguenze? In altre parole: di quali realtà “in conflitto” siamo tutti perfettamente consapevoli quando parliamo di democrazia – realtà che tuttavia dobbiamo tenere assolutamente separate per evitare traumatici imbarazzi?

—— MURO ——

Compartimento A

La prima chiara consapevolezza che possediamo tutti è che “democrazia” è il nome di copertura che si da’ ad uno spietato gioco di interessi che niente ha a che vedere con la partecipazione dei cittadini nelle decisioni che pendono sopra la collettività. È vero che la parola “democrazia” ha un significato letterale, ma sappiamo altresì che esso si riferisce ad un concetto puramente ideale che non trova applicazione nella realtà a causa di quel principio hobbesiano secondo cui “homo homini lupus” che noi stessi chiamiamo ripetutamente in causa parlando di “legni storti”, “bassi istinti”, ecc.

—— MURO ——

Compartimento B

La seconda chiara consapevolezza che possediamo tutti è che la democrazia (non quella ideale, ma ancora una volta quella reale e sporca di cui sopra) offre comunque i suoi benefici, poiché attraverso la mediazione dello stato che su di essa si fonda, toglie di mezzo un sacco di grattacapi che lasciati a se stessi genererebbero incontrollata anarchia, violenza, sopraffazione del più forte sul più debole. Non solo, ma che ci permette le nostre piccole “buone azioni quotidiane”: un po’ di raccolta separata dei rifiuti, un contributo per un’adozione a distanza, una petizione, un sms a Telethon, ecc., e la nostra anima è salva.

—— MURO ——

È la frettolosa rimozione della contraddizione a creare lo spazio entro cui “il male” s’insinua. Come scopare continuamente la polvere sotto il tappeto: prima o poi il montarozzo si renderà palese.

Questo spiega come e perché è la “base” a dare vita e spazio al “vertice”, e non viceversa.

La rimozione dell’insopportabile incompatibilità tra i due volti della democrazia richiede il “trasloco” del suo male all’esterno; anzi, per essere piu’ precisi, agli “esterni”.

Il primo dei due “esterni” è la realtà “primordiale” degli istinti bestiali dell’individuo – il “principio del piacere” com’e’ indicato nell’articolo di Bodei (2) – un terreno totalmente incontrollabile che puo’ essere solo represso a suon di bastonate dalla “realtà”.

Il secondo “esterno” è rappresentato dagli apparati di potere che vigilano sull’irrazionalità del primo “esterno”. Essi non sono necessariamente rappresentati dal solo stato, ma anche dalla cultura istituzionale, dai media e tutto ciò che può rappresentare un’auctoritas agli occhi del singolo.

Le cose purtroppo però si complicano anche qui, quando accanto a quello della funzione “ideale” degli apparati, entra in scena un nuovo compartimento costituito dagli “attori” effettivi del potere. In questo modo ecco fiorire le incarnazioni delle nostre performances vicarie: il cattivo di turno (Andreotti, Craxi, Berlusconi) che va sempre in coppia con il buono che incarichiamo per combatterlo (Saviano, Grillo, Zorro, ‘l’Uomo Ragno, ecc.).

Cosa succederebbe se il muro divisorio tra questi due compartimenti crollasse?

Un casino.

Perché verrebbe allo scoperto il semplice fatto che il male non ci invade semplicemente dall’esterno, come si suol credere, ma viene invitato espressamente dalla pratica collettiva di singoli che agiscono secondo l’imperativo categorico: “Se hai due problemi, tienili ben separati e risolvili ognuno per sé”.

Un ulteriore e ultimo esempio a sostegno della mia ipotesi è la candida dichiarazione della studentessa indignata dopo la battuta di Berlusconi su Obama “abbronzato”: “Certe cose possiamo dirle in privato i miei amici ed io. Ma lui è il premier. Dovrebbe vergognarsi!”

Già, è vergognoso che lui dica pubblicamente le porcherie che noi possiamo dire in privato.

Si potrebbe essere più chiari di così?

Per concludere: voglio forse dire con tutto questo che l’elite politica, quella culturale e quella mediatica non esercitano nessun potere sui cittadini?

Tutt’altro.

Una volta che l’agire collettivo crea i “posti vacanti” dei buoni e cattivi negli apparati, gli esperti di marketing fanno la gara per andarli ad occupare.

Una di queste lotte all’ultimo sangue è quella che chiamiamo campagna elettorale.

——————-

(1) Non ho ancora letto il saggio, tutte le mie considerazioni si riferiscono a ciò che riporta Remo Bodei nell’articolo.

(2) “Questo tipo di potere [Inverted Totalitarism] ha avuto in Occidente il suo humus più fertile; esso poggia sui miti e sulle aspettative di una cultura che privilegia il principio di piacere rispetto al principio di realtà , i desideri e i sogni di massa rispetto alla sobria analisi dei vincoli imposti e delle possibilità suggerite dalle condizioni storiche effettive” (corsivi miei)

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