MAOCOMICS

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto...

La cura per la crisi economica? Andiamo a cercarla in Cina.
Loretta Napoleoni (1)

The economists have changed Marx, in various ways; the point is to interpret him—correctly.
Andrew Kliman, Reclaming Marx’s ‘Capital’

Sarò ruvido.

Nel bel mezzo del clima di eccitazione idiota che precede le elezioni inglesi (2) ho avvertito il bisogno di rifugiarmi nell’allegra sottocultura italiana contando sul vile sollievo del “c’è chi se la passa peggio”. Ma torno in Italia in cerca di nuove spensieranti mode-lampo e che m’aspetta? Che per un bizzarro twist nelle stringhe del Multiverso n-dimensionale, uno dei miti più idolatrati (e deprimenti) della mia adolescenza – il maoismo – è tornato dalla morte in una curiosa e inedita forma. Non parlo di un maoismo ‘critico’ alla Alain Badiou (che già comunque mi sta parecchio sullo stomaco, per quanto possa altrimenti stimare il filosofo francese), ma delle bizzarre teorie che, a giudicare dalle ampie anticipazioni della stessa autrice, sembrano essere contenute nel suo Maonomics (3) Sto parlando della supertitolata economista romana Loretta Napoleoni, la quale al momento si direbbe sia la intellebrity più ambita dai magri salotti intellettuali italiani.

50+, una specie di Rosanna Lambertucci post-lipo, fresca di photoshop in tutti i servizi fotografici – la nostra economista (che è in grado di esibire un CV col giusto name-dropping xenofono) appare immediatamente come il risultato di una quelle dubbie operazioni di viral marketing editoriale nostrano. Ma la vera peculiarità della Napoleoni è la sua sincretistica teoria economica che propone come modello di sviluppo da imitare nientemeno che la repellente creatura partorita da Mao Zedong, amorevolmente svezzata a carne umana da Deng Xiaoping e sbocciata in una ipertrofica adolescenza grazie alla stessa dieta impostale dalla leadership cinese dei giorni nostri.

First as a tragedy, than as a farce

A giudicare dalle anticipazioni, il neomaoismo della Napoleoni si presenta come quello classico, ma in una straniante versione rovesciata – un po’ come accade in quei sogni (incubi in questo caso) in cui tutti gli orrori di uno dei regimi più illiberali e sanguinari della storia contemporanea si presentano come virtù. Ma le virtù stavolta però non vengono definite dalla loro convergenza con la direttrice che condurrebbe al trionfo di chissà quale ‘Gloriosa Rivoluzione Comunista’- (come intendevano i bigotti maoisti occidentali della mia adolescenza), ma del successo economico (leggi:capitalistico) di una nazione in corsa nella competizione globale.

I cinesi sono fatti come noi

“La coppia democrazia-capitalismo è in crisi, vittima di una depressione che non è solo finanziaria. Trionfa invece il capicomunismo [sic], visto che mentre la nostra economia va in pezzi, quella cinese cresce a ritmi vertiginosi. […] Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia? O è tempo di cominciare a guardare alla nostra società con occhi un po’ più a mandorla?” (4)

Insomma, quello che Loretta Napoleoni sembra sostenere è che il comunismo è la forma vincente di capitalismo, o qualche altro astruso paradosso che sembra uscito dalla fantasiosa penna di Lewis Carroll.

“Chi ha veramente vinto la Guerra Fredda?” si chiede la nostra, “La risposta inaspettata è: il marxismo” (5). Ora, delle due l’una: o nel Bignami in cui la Napoleoni ha studiato economia le pagine su Marx erano strappate, oppure giornalisti come Riccardo Staglianò, autore dell’articolo Vi spiego perché, con la Cina, ha vinto Marx (6) (a cui faccio largamente riferimento in questa nota), o lo stesso web editor del sito dell’autrice, si sono inventati tutto per rovinarle la carriera. Sia come sia, la serie sbalorditiva di fesserie che riempiono le sei colonne dell’articolo di Staglianò denunciano l’abisso in cui sono precipitati l’editoria italiana e il livello critico di un pubblico pronto a bere qualsiasi stravagante novelty che la prima gli propini.

Ecco alcune delle ‘counterintuitive thesis’ di Loretta Napoleoni così come emergono dalle copiose anticipazioni in rete:

Tesi 1: Il comunismo cinese ha vinto la gara della globalizzazione

“Il modello applicato dalla Cina […] ha dimostrato la flessibilità necessaria per trarre vantaggio dai profondi mutamenti dell’economia mondiale, e cioè della globalizzazione. Una flessibilità che paradossalmente il neoliberismo non ha mai avuto”. (7)”

Operai in una polleria industriale cinese (gli operai sono quelli in piedi col grembiule)

In linea di massima potrei anche essere d’accordo con la Napoleoni quando sostiene che il successo della Cina è il risultato del pugno di ferro di una politica economica e repressiva che risale a Mao Zedong. Ma, a parte il fatto che non c’è niente da applaudire ad uno dei regimi più crudeli della storia, chiunque abbia letto Marx di prima mano sa benissimo che il comunismo dell’indebitamente citato filosofo tedesco sta al Grande Timoniere come i broccoli stanno alla macedonia di frutta. Una vistosa forzatura nonché un notevole stomaco sono richiesti per accostarli. Quello degli sprovveduti lettori di Loretta Napoleoni si direbbe in grado di digerire i mattoni.

Nel breve e brillante saggio La Tigre e il Capitalismo (che considero parte integrante della presente nota e che raccomando vivamente di leggere a tutti coloro che fossero interessati ad un’analisi seria della realtà cinese contemporanea), Sebastiano Isaia (8) introduce così la tesi centrale del suo scritto:

“Per capire il vero significato dell’enorme balzo in avanti compiuto dal capitalismo cinese negli ultimi trent’anni, occorre guardare la storia della Cina maoista da una nuova prospettiva. Allora si vedrà come il ‘socialismo’ non ha mai avuto a che fare con l’enorme Paese asiatico, e come l’odierno ‘socialismo di mercato’ non sia che una squallida e ridicola barzelletta che non riesce più a coprire la realtà sociale della nuova fabbrica del mondo”. (9)

Per l’autore – a cui mi associo senza riserve nell’analisi – non si tratta di ristabilire una presunta “verità dottrinaria” del pensiero di Marx (chi se ne frega dopotutto?), quanto di dimostrare in primo luogo come il successo economico (capitalistico) cinese sia da tributare ad una feroce rivoluzione borghese su base contadina in un paese arretrato; e solo in secondo luogo (a vantaggio di coloro che credono ancora che l’onestà intellettuale sia un valore, e al puro scopo di far riposare Marx in pace sulla collina di Highgate) di mostrare come la pasticciata dottrina maoista non abbia – testi alla mano – nulla a che spartire con quanto sia mai stato professato nell’intera opera del tedesco ubriacone.

Tesi 2: Marx riformatore del capitalismo

Marx il riformatore

“Dopotutto Marx non ha mai voluto distruggere il capitalismo, ma riformarlo”, rincara la Napoleoni nell’articolo di Staglianò (10).

Anche qui le cose sono due: o siamo in presenza di un’importantissima scoperta storica (certamente un taccuino segreto del barbuto di Treviri sfuggito all’outing degli anni passati che la nostra brillante economista ha rinvenuto in qualche armadietto delle scope dell’Istituto Marx-Engels); oppure la Napoleoni s’è inventata questa fandonia colossale, pasticciando le tre o quattro nozioni di quarta mano apprese in qualche Manuale delle Giovani Marmotte allo scopo di creare un caso editoriale che la ponesse sotto i riflettori (“bene o male, purché se ne parli”), scommettendo sul fatto che in fondo nessuno (come d’altra parte lei stessa) s’è mai veramente preso la briga di leggere Marx di prima mano.

C’è andata vicina: quasi nessuno.

Tesi 3: “Capicomunismo”

Il capicomunismo

“Nell’economia globalizzata, c’è poco da scegliere. In questo momento il modello cinese ha funzionato meglio di quello occidentale perché ha tenuto bene le redini dell’economia” (11)

OK, l’abbiamo capito. Ma riusciranno la Napoleoni e i suoi fans a darcene una spiegazione senza tirare in ballo stupidaggini, ingenue o pelose, come la ‘saggezza’ delle ‘formiche’ cinesi, e soprattutto sottolineando quanto il successo (momentaneo – come lei stessa si lascia sfuggire nel lapsus di cui sopra) sia costato?

E poi, che bisogno c’è di coniare un grottesco ossimoro come “capicomunismo” (nella foto a sinistra) per etichettare il fetente capitalismo di stato cinese? Cos’è ‘sto “capicomunismo”? Il nuovo salume che ha preso il posto della mortadella prodiana in tema di dirigismo?

La brutale accumulazione capitalistica a tappe forzate del Glorioso Presidente Mao un nome funesto lo ha già: si chiama nazionalsocialismo. (12)

Tesi 4: Something’s gotta give

“Il libro inizia proprio con una serie di storie di sfruttamento della classe lavoratrice che appartengono agli anni Ottanta [del XX secolo – nota mia] e spiega come questo fenomeno sia stato necessario per attrarre i capitali esteri e modernizzare il Paese. Purtroppo la Cina è ancora un Paese in via di sviluppo, dove lo sfruttamento perdura, anche se con frequenza e intensità minore rispetto al passato. Come per l’Inghilterra della Rivoluzione Industriale, questo fenomeno continuerà 14 fino a quando il Paese non sarà pienamente modernizzato”. (13)

Felici da morire

In altre parole: se vi piace il ‘Progresso’, sappiate che esso si lascia necessariamente dietro una scia di sudore e sangue. Questo è il fato dei figli d’Adamo.

La subdola tattica con cui la Napoleoni menziona il fatto che anche l’Occidente a suo tempo si sia visto ‘costretto’ a macchiarsi degli stessi crimini della Cina contemporanea per partorire il ‘Progresso’, non solo contiene una vecchia idea masochistica (e conveniente per le classi dominanti) che da sempre percorre trasversalmente tutto il pensiero ‘progressista’ (15) ma soprattutto l’obbligo perentorio impartito a ciascun mortale di firmare in bianco la fiducia a chi scriverà il capitolo “Dolori e Privazioni” nel prossimo piano quinquennale di qualsiasi paese in competizione nel mondo globalizzato.

Ma c’è di più. L’idea secondo cui avremmo un debito morale nei confronti degli uomini del passato per il tributo versato in favore del nostro ‘benessere’ (so to speak) contiene un risvolto diabolico ben più insidioso.

Il ragionamento è abbastanza ovvio e suoi elementi sono evidenti. Ciononostante ognuno sta bene attento a seppellirlo più profondamente possibile.

Riesumiamolo. Turatevi il naso.

Se noi contemporanei possiamo accettare di buon grado di essere gli eredi del compito faticoso di dover partorire il Progresso, è solo grazie al beneficio (so to speak) che con esso ci perviene dalla ‘capitalizzazione’ della tributo che i nostri predecessori versarono all’altare dello sviluppo. Solo a questa condizione il concetto illuminista di Progresso può affermarsi come struttura di senso della realtà dell’uomo moderno.

Ma la coscienza di ereditare tale privilegio ci viene consegnata insieme all’altrettanto chiara consapevolezza che dal beneficio di questo sostegno (morale e materiale) sono stati esclusi i nostri ascendenti, che in cambio vissero oppressi dal senso di inevitabilità del loro destino di indigenza. In altre parole nell’istante stesso in cui accettiamo dal Progresso il dono (so to speak) della certezza di stare contribuendo ad esso, riconosciamo la verità elementare che questo dono non è mai stato equamente distribuito nel corso della storia.

Ma, nell’era dell’abbondanza (16), quale paura di perdere il nostro privilegio ci obbliga a inventarci (per dimenticarci immediatamente che siamo noi a dargli vita e nome) questo dio imperfetto o dispettoso che non potrà mai fare a meno di essere crudele con la maggior parte dei suoi figli?

Così, se inavvertitamente ci dovesse capitare di sollevare un lembo del famigerato tappeto sotto cui noi – schöne Seelen – scopiamo l’immondizia che produciamo copiosa, potremmo trovarci faccia a faccia coi nostri morti (vecchi e nuovi) che ci chiedono: “Perché la nostra vita è stata così miserabile? Tu lo sai per grazia dei Lumi, ma noi, nel migliore dei casi, abbiamo solo la rassegnazione della croce”.

Un bello spavento, vero? E ce lo meritiamo, perché quando cantiamo gli inni alla ‘libera creatività’ che il capitalismo sprigiona nei suoi figli, in realtà stiamo solo cercando di coprire le voci di quei morti che altrimenti farebbero suonare stonato il nostro augurio di vita eterna alla pompa estrattrice di profitto.

Non sarebbe quindi piuttosto l’ora di smascherare ciò che chiamiamo fatalità così da dare veramente un senso al sacrificio di quegli uomini, donne e i bambini che, senza aver mai capito la ragione della loro sorte crudele, sputavano sangue nelle factories inglesi di due secoli fa così come accade tutt’ora in quelle cinesi? O dobbiamo prima aspettare che si completi la “terza generazione dei diritti” (17) a cui certamente seguirà una quarta, una quinta, una sesta, una settima, un’ottava, una nona, una decima, un’undicesima … ?

La scelta è nostra.

————————————————-
NOTE

1. http://lorettanapoleoni.net/italiano/?p=774

2. Degli inglesi si potrebbe dire quello che Adorno diceva dei suoi compatrioti: “Il tedesco è una persona che non può dire una bugia senza crederci”. (Minima Moralia, Einaudi, 1974.

3. Che non ho letto e non leggerò. Mi sono state più che sufficienti le anticipazioni sul website della nostra. Se queste non corrispondono al pensiero espresso nel libro che faccia causa al suo web editor.

4. http://lorettanapoleoni.net/italiano. Curiose le vie traverse con cui l’invito ad imitare il modello cinese della Napoleoni finisca per concordare con quello di Edoarda Masi del 1966, sebbene per ragioni apparentemente opposte: “Nel complesso la rivoluzione culturale è uno stimolo a risvegliarci dalla stagnazione e ad affrontare i problemi della nostra società da un punto di vista rivoluzionario, senza pregiudizi e senza le remore che troppo spesso la scienza borghese ci impone” (Edoarda Masi, Note sulla fine del progresso, 1966, in La contestazione cinese, Einaudi, 1968. Citato in Sebastiano Isaia, La Tigre e il Capitalismo

5. Vi spiego perché, con la Cina, ha vinto Marx di Riccardo Staglianò, Venerdì di Repubblica, 22/04/10

6. Idem

7. Staglianò, Vi spiego… Con ‘flessibilità’ la nostra si riferisce indubbiamente a quella della schiena degli operai e dei contadini piegate dalla repressione, dalla violenza, dalla tortura e dalla deportazione della ‘saggia’ classe dirigente cinese.

8. Sebastiano Isaia (1962), attivista politico e saggista catanese di ispirazione materialistico-dialettica proveniente dall’area della Sinistra Comunista italiana, ma influenzato anche dal pensiero critico di Adorno e Horkheimer. Con la tradizione della SC condivide l’idea che il comunismo non sia finora mai stato realizzato in nessun paese del mondo. I suoi lavori sono pertanto caratterizzati da una critica intransigente dei ‘marxismi’ nelle varianti staliniste, maoiste, terzomondiste, trotzkiste, ecc. Contro Antonio Negri e i teorici del ‘capitalismo cognitivo’ Isaia sostiene la coerenza e la vigenza attuale della legge del valore-lavoro di Marx. I suoi scritti coprono vari argomenti che vanno dalla filosofia alla storia, dall’economia alla politica corrente.

9. Isaia, La Tigre…

10. Staglianò, Vi spiego…

11. Id.

12. “Non si tratta di una forzatura: questo termine si trova nella polemica leniniana indirizzata contro lo spirito «grande-russo» di Stalin, il quale intendeva promuovere una Unione Federativa Sovietica ‘a tappe forzate’, soffocando in primis il processo di maturazione delle Repubbliche Sovietiche Autonome del Caucaso”. Lenin, Appunti del 31 dicembre 1922, Opere, XXXVI, Editori Riuniti, 1969 (in Isaia, La Tigre…).

13. Avrebbe potuto aggiungere “fatalmente”, visto che c’era.

14. Staglianò, Vi spiego…

15. Ad esempio, in certo pseudo-femminismo contemporaneo è presente l’idea che l’emancipazione delle donne passi per il loro ‘diritto’ di rifare tutto il lavoro sporco che storicamente è toccato ai maschi per partorire il Progresso (prestare servizio militare, dire messa, fare i turni di notte in fabbrica, ecc.)

16. Con buona pace degli eco-nazi-neo-malthusiani, se l’umanità producesse per i propri bisogni anziché per il profitto, ad ognuno occorrerebbe lavorare solo un paio d’ore al giorno per poter soddisfare i più esagerati desideri di ciascun individuo senza torcere un filo d’erba alla Madre Terra.

17. Discorso di Loretta Napoleoni all’Assemblea Nazionale di Amnesty International

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