Massimo Recalcati, TOTALITARISMI CONTEMPORANEI

Tra le due guerre mondiali, nel periodo storico che ha visto in Europa l’affermazione nefasta delle follie totalitarie, Sigmund Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’io interrogava a suo modo, con una anticipazione quasi divinatoria, l’essenza del totalitarismo. Si tratta di un’opera dedicata allo studio del legame sociale, alla sua struttura e alla sua perversione che può condurre la vita della comunità verso la degenerazione della vita della massa. Nella figura della massa Freud reperisce infatti una forma particolare di legame sociale destinato a pregiudicare la dimensione della singolarità soggettiva nel nome di un asservimento all’Ideale situato nella posizione di un oggetto di fascinazione collettiva. La tesi di Freud più radicale è che la massa si costituisca come tale attraverso un processo di ipnosi. Nello sguardo irresistibile del capo ritorna l’autorità severa dello sguardo del padre descritto in Totem tabù, del padre ordalico che gode di tutte le donne ed esercita sui suoi figli un potere illimitato. Il “temuto padre primigenio” appare nello sguardo austero del capo verso il quale il soggetto si offre come oggetto, pronto a sacrificarsi, a subire, come scrive Freud, una “violenza senza confini”. Questo asservimento ha il suo perno in una suggestione: il capo è al tempo stesso oggetto del desiderio e oggetto dell’identificazione. Il principio etico della responsabilità soggettiva viene trasceso in un’obbedienza masochistica che spoglia il soggetto di ogni libertà critica. Si tratta di una svolta importante nelle analisi del potere: la funzione e la logica del potere sono infatti studiate non tanto dal vertice della loro dimensione apertamente repressiva, quanto da quello dell’adesione acritica, ovvero del consenso che il legame di massa genera nei confronti del potere.

Nella Chiesa e nell’Esercito Freud può vedere i paradigmi di istituzioni totalitarie che annullano le risorse soggettive cementificando il legame sociale intorno ad un transfert verticale e collettivo al capo. La rigidità della gerarchia subordina la creatività particolare ad una omogeneità conformista. Così il gruppo-massa si regola difendendo la sua identità in modo rigido. Il centro dell’utopia totalitaria è infatti costituito da un Ideale che funziona collettivamente come una causa assoluta. Il mito totalitario ripara così l’uomo, come faceva notare Erich Fromm nel suo celebre studio sulla personalità autoritaria titolato Fuga dalla libertà, pubblicato anch’esso in piena seconda guerra mondiale, dalla condizione lesa della sua esistenza, dall’angoscia di fronte non tanto alla “libertà da” (versione ancora infantile della libertà) ma alla “libertà di” (dimensione autenticamente etica della libertà).

Alla fine della seconda guerra mondiale, sulle macerie dei disastri provocati dalla follia nazifascista, Hannah Arendt pubblica il suo celebre studio Le origini del totalitarismo. Per un verso la sua tesi di fondo si mantiene nel solco dell’analisi freudiana: l’esperienza del totalitarismo è l’esperienza dell’abolizione violenta del singolare, è l’esperienza della negazione feroce e terroristica della pluralità irriducibile degli uomini nel nome di una causa elevata ad un dover-essere assoluto e spietato in cui ritroviamo quei caratteri superegoici che Freud attribuiva alla voce del padre arcaico. Più in particolare però la Arendt discrimina l’essenza del totalitarismo dalle forme più generiche dell’autoritarismo politico che si limitano ad usare il potere contro l’eventuale dissenso. Il delirio totalitario non ha precedenti storici perché esso non si limita a manifestare il volto repressivo del potere, ma esige di interferire profondamente non solo sulla dimensione del legame sociale ma più radicalmente sul senso stesso della vita e delle sue forme. L’esempio del razzismo nazista s’impone qui con la forza di un paradigma assoluto e sconvolgente. La moltiplicazione delle metafore medico-biologiche con le quali Hitler e i teorici del nazismo affrontano la questione ebraica (virus, germi, parassiti, agenti infetti) mette in luce la prossimità dell’esercizio del potere con un programma di rigenerazione biostorica dell’umanità. Ma la lettura freudiana del legame di massa non prende in considerazione questo impasto fatale tra vita e potere che con Foucault definiamo biopolitica. Piuttosto Freud si sofferma sugli effetti desoggettivanti e alienanti dell’identificazione alla massa. Freud cioè mette in rilievo l’effetto generale di minorizzazione regressiva che caratterizza il legame di massa come forma totalitaria del legame sociale. Arendt può così completare l’analisi freudiana mostrando a sua volta come questa gregarizzazione del soggetto nei regimi totalitari si consumi nella forma estrema di una subordinazione del singolare alle esigenze dell’universale. E’ il principio base di ogni fondamentalismo: la verità assoluta della Causa si impone sul destino delle vite singolari rendendolo un puro accidente di fronte alla necessità che invece ispira il disegno della Natura o della Storia. Per questo Hannah Arendt affermava che l’essenza terroristica del potere totalitario inverte il principio etico fondamentale per il quale “non l’Uomo ma solo gli uomini abitano la terra”, giungendo a “far sparire la pluralità degli uomini in un unico Uomo di dimensioni gigantesche”.

Nelle analisi di Freud e di Arendt l’essenza del totalitarismo sembra dunque consistere nella soppressione della singolarità nel nome di un potere superiore, di una causa identificata con una verità assoluta che non lascia spazio alla deviazione singolare. In questo senso Freud insiste nel porre a fondamento del legame totalitario una certa versione (aberrante) della figura paterna. Si tratta precisamente di una distorsione della funzione paterna che anziché unire la Legge col desiderio (il no del divieto col sì della libertà) le disgiunge generando la mostruosità di una Legge contro il desiderio. Nondimeno la psicoanalisi ha dato un contributo decisivo nel decostruire criticamente l’ideale del Padre padrone, del Padre ipnotico e più in generale nel ridurre la dimensione alienante dell’ideale alla sua base materialistico-pulsionale. L’epoca del disincanto che caratterizza la società cosiddetta post-moderna è in questo senso anche un prodotto dell’illuminismo psicoanalitico, della sovversione psicoanalitica della funzione guida degli ideali, tra i quali occorre collocare anche quello del Padre edipico.

Se dunque la versione storica dei totalitarismi si manifesta come una ipertrofia delirante del padre ordalico, questo avviene, ed è la tesi scabrosa che Lacan sviluppa nei suoi Complessi familiari del 1938 (sic!), proprio nel momento in cui la stessa psicoanalisi registra già una crisi irreversibile dell’Imago paterna e della sua autorità simbolica. L’utopia totalitaria prende cioè corpo proprio nel momento in cui la funzione guida del Padre viene meno, quasi si trattasse di una sorta di compensazione oscena: lo sguardo folle e invasato del leader supplisce l’assenza di sguardo del padre privato della sua autorità simbolica.

Questo paradosso ci conduce direttamente all’attualità, ci sospinge cioè ad interrogare le forme contemporanee del totalitarismo. Usiamo il plurale perché totalitarismo ha oggi più di un volto. Certamente esso ha più che mai a che fare con la dimensione biopolitica del potere che s’infiltra nella vita, nelle sue possibilità e impossibilità più intime. Certamente esso ha a che fare con i processi complessi di globalizzazione che sono stati studiati da Negri e Hardt in Impero. Certamente esso implica il rigurgito dei vari fondamentalismi religiosi che animano il terrorismo contemporaneo. In una visione d’insieme possiamo però pensare che il totalitarismo postmoderno sia un totalitarismo asettico e cinico, fondato non più sul potere d’adunata delle masse attraverso l’identificazione fanatica all’Ideale ma piuttosto su una polverizzazione del legame sociale, su una sua atomizzazione generalizzata.

Siamo cioè di fronte ad una forma inedita del disagio della civiltà. Questa disagio non è più animato dalla funzione repressivo-autoritaria di una Legge intransigente che esige la rinuncia pulsionale come condizione di entrata nella Civiltà. Per Freud questa rinuncia trovava nella legge dell’interdizione del godimento sostenuta dal Super-io sociale dell’epoca, il suo agente fondamentale. Per essere civili era necessario rinunciare ai propri soddisfacimenti pulsionali. Il totalitarismo postmoderno ci impone di ripensare radicalmente il binomio civiltà e disagio alla luce delle trasformazioni sociali profonde che hanno investito la nostra condizione di vita. Tra queste, una delle più significative è proprio il cambiamento di segno dell’imperativo sostenuto dal super io sociale contemporaneo rispetto a quello freudiano. Mentre quello freudiano esigeva la rinuncia pulsionale, quello contemporaneo sembra esporre la spinta al godimento come nuovo imperativo sociale. In effetti, le forme sintomatiche più diffuse del disagio della civiltà sono oggi in stretta relazione col godimento, sono vere e proprie pratiche di godimento (perversioni, tossicomanie, bulimie, obesità, alcoolismo) o manifestazioni di una chiusura narcisistica del soggetto che produce un ristagno del godimento nel corpo (anoressie, depressioni, panico). Questa nuova configurazione del disagio della civiltà evidenzia come il legame totalitario contemporaneo non si edifichi sull’identificazione verticale al leader o alla Causa ma sul rapporto al consumo dell’oggetto che prende il posto lasciato vuoto dall’Ideale. È questa la dimensione fondamentalmente cinica del totalitarismo contemporaneo. Si tratta di una nuova versione dell’ipnosi collettiva rispetto a quella studiata da Freud. Se l’Ideale non esiste, non causa più le passioni, se esso è definitivamente tramontato – grazie anche alla psicoanalisi – non ci resta che godere. Il totalitarismo contemporaneo è dunque un totalitarismo del godimento, un totalitarismo dell’oggetto di godimento. Ma questo godimento, dissociato dall’ideale, fuori dai binari della Legge, è un “godimento smarrito” come lo definisce Jacques-Alain Miller. È un godimento che confina i soggetti in un nuovo isolamento. In effetti già Freud, e con lui Hannah Arendt e Adorno tra gli altri, avevano notato come l’isolamento fosse una caratteristica paradossale del legame di massa, il punto in cui l’affermazione estrema nell’individualismo coincideva con la sua negazione. Ma nella società dominata da ciò che Lacan ha definito come discorso del capitalista – quella forma di legame sociale basata sul consumo del consumo – l’isolamento è un prodotto dell’eclissi del desiderio causata dalla circolazione impazzita del godimento. Il totalitarismo contemporaneo ha questo tratto generale: annienta il desiderio singolare. Il desiderio sorge infatti come slancio generato da una mancanza. Ma il discorso del capitalista promette di eliminare ogni mancanza. Esso non si fonda più su pratiche apertamente repressive; piuttosto si combina con il sapere anonimo dello scientismo. Il potere biopolitico anima le procedure asettiche della valutazione e sostiene il potere grigio del sapere iperspecialistico. Esso non assume le forme brutali della censura o dell’interdizione ma quelle falsamente progressive di una quantificazione scientista della vita. Mi trovai qualche anno fa a dovermi confrontare direttamente con questo Altro anonimo del sapere biopolitico. Il luminare che interpellai, dopo una serie sofisticata di indagini cliniche, mi diagnosticò una sterilità a suo giudizio inguaribile. Nessuna cura possibile se non prelievi, impianti, eccetera. Poche cose come il discorso medico hanno il potere di ridurre il soggetto ad una macchina senza desiderio, poche cose come il discorso medico hanno il potere di ridurre il suo corpo ad un oggetto tra gli altri. Lacan afferma che questa riduzione e la sensazione di reificazione che ne deriva è all’origine dell’angoscia. Pochi discorsi come il discorso medico-tecnologico sanno provocare angoscia. Qui le procedure del totalitarismo scientista si assimilano pardossalmente a quelle del cinismo del godimento. In entrambe il desiderio del soggetto è evacuato. È il paradosso dell’igienismo contemporaneo: la difesa della salute diventa protocollare. Ma quando la salute è contro il desiderio cosa può diventare se non una pedagogia mortifera? Come quella che il padre di Schreber imponeva a suo figlio (divenuto poi celebre presidente di corte d’appello e grande paranoico) nella forma di esercizi ginnici da camera che consideravano il corpo come un puro strumento da plasmare al fine di renderlo adeguato all’ideale virile della forza e della salute. L’errore dello scientismo è quello di non tener conto adeguatamente della dimensione irriducibile della singolarità. Nondimeno, proprio questa singolarità cancellata risorge di continuo intorno ai bordi del suo discorso e del suo deliro di misurazione. Ebbene contro questa deriva scientista, la psicoanalisi insegna che se si smarrisce per strada il nostro desiderio ci si ammala. Non conosceva questa verità il luminare milanese di speramtogenesi. Attualmente il mio primo figlio si avvia a compiere due anni e una bambina nascerà a marzo, in primavera.

[da: “IL MANIFESTO” sabato 8 ottobre 2005]

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