BORDIGHISTA!

"L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo" (Amadeo Bordiga)

Breve compendio sulla corrente di Amadeo Bordiga scritto dai suoi avversari.

Sebbene a qualche avversario politico a corto di argomenti è sembrato il contrario, non sono mai stato un simpatizzante delle organizzazioni che fanno riferimento ad Amadeo Bordiga. Le varie scissioni dei cosiddetti Internazionalisti costituiscono più delle patologie collettive che dei gruppi politici paragonabili ai culti sul modello di Scientology. Ad Amadeo Bordiga tuttavia non si può in alcun modo negare di essere un esempio di rettitudine, impegno politico e coerenza teorica. Il primo marxista ad intuire la natura capitalistica dei paesi del cosiddetto ‘socialismo reale’, superando in ciò persino Lev Trotskij secondo il quale l’URSS restava comunque un paese socialista in cui si era insediata una “cricca burocratica” che aveva tradito il progetto iniziale.

I. Giulio Trevisani – Bordighismo

da: Piccola Enciclopedia del Socialismo e del Comunismo, Edizioni «Il Calendario del Popolo», Milano,  pag. 77-78 (in una edizione del 1963).

Posizione che nascose, sotto una parvenza estremista, un contenuto antimarxista ed opportunista. Questa posizione  – che può essere considerata una variante italiana del troschismo – deve il suo nome all’ing. Amadeo Bordiga il quale fu a capo della frazione che dominò nel Partito Comunista d’Italia alla sua formazione e che fu battuta al IV Congresso di Lione, del gennaio 1926 (Bordiga fu espulso nel 1929). Il bordighismo fu caratterizzato in Italia da una posizione settaria e nullista. Il Bordiga era partito, durante la guerra, da una posizione positiva (e cioè dalla divulgazione, per quanto approssimativa della Rivoluzione d’Ottobre, attraverso il settimanale napoletano Il Soviet) e  aveva creato nel seno del Partito Socialista una frazione che, se pur basata sull’errore dell’astensionismo parlamentare, aveva, almeno, il merito di una decisa e battagliera critica a centristi e riformisti.Ma quando, più tardi, costruito nel 1921, il P.C., si trattò di passare dall’azione negativa, critica, all’azione positiva, costruttiva, il bordighismo mostrò le sue falle. I principali errori del bordighismo furono i seguenti:

1. Dogmatismo e meccanicismo: nessuna analisi delle singole situazioni e conseguente orientamento tattico; incomprensione, quindi, o negazione della fondamentale dottrina marxista-leninista, che non è dogmatica; non è meccanica; è una guida per l’azione; se fa tesoro delle esperienze passate, parte, però sempre dall’analisi di una situazione attuale. Accusando di «situazionismo» i compagni che sostenevano l’opinione avversa, i bordighiani si denunziavano antimarxisti, si classificavano come un gruppo di intellettualoidi schematici.

2. Nullismo e attesismo. Gli avvenimenti si sarebbero, secondo i bordighiani, maturati per forza propria. Incomprensione, quindi o negazione della lotta rivoluzionaria, del rapporto di forza tra le classi in lotta, dell’efficienza morale e organizzativa delle masse.

3. Isolamento dalle masse; incomprensione o negazione della natura delle funzioni del Partito che, per guidare le masse, non deve perdere il contatto con esse. Il Partito non può essere una setta o una élite di cerebrali; non può essere, fu detto, un sottomarino: deve essere l’avanguardia capace di guidare le grandi masse ed essere, a sua volta, sostenuta da esse.

4. Incomprensione della struttura e delle funzioni del partito, staticità e tradizionalismo organizzativo, come i bordighiani dimostrarono con la loro accanita opposizione quando il partito dovette passare dalla organizzazione per territorio a quella per cellule (di cui oggi si constatano i vantaggi).

5. Incomprensione del principio del centralismo democratico, accumulando tutti i poteri nel centro, condannando le organizzazioni di base all’inattività, rendendo impossibile la formazione dei quadri.

6. Incomprensione della lotta rivoluzionaria che non può essere considerata come la lotta armata di un giorno, ma deve essere una lotta quotidiana preparatoria; lotta politica, economica, propagandistica anche sul terreno elettorale e parlamentare.

7. Svalutazione del fattore «maggioranza» mediante l’affermazione che sono le minoranze a guidare le masse e, quindi, basta preparare le minoranze; negazione, quindi, della necessità che il Partito tenga contatti ideologici e politici con le masse lavoratrici.

8. Negazione assoluta del compromesso (v.), che i classici del marxismo dichiarano, invece, strumento di lotta di un partito rivoluzionaria nella misura in cui esso è, di volta in volta, inevitabile per il fine rivoluzionario del partito.

Tutti gli errori del bordighismo si rivelarono con maggiore evidenza all’avvento del fascismo: i bordighiani proposero di rinviare il lavoro di partito a miglior tempo, di lasciar andare le cose per il loro verso. Sia per l’inconsistenza ideologica (semplici manifestazioni verbali di estremismo) sia per la base sociale (intellettualoidi e piccola borghesia) il bordighismo finiva con l’essere il doppione del massimalismo quanto alla nullità  della sua efficienza come partito della classe operaia.Circa la lotta che, sotto la guida di Gramsci, fu necessario sostenere per la liquidazione del bordighismo, v. P.C.I. Quanto al Bordiga, mentre Gramsci, prigioniero di Mussolini, lottava fino all’ultimo in carcere sotto la bandiera comunista, egli viveva tranquillo in Italia, protetto dalla polizia e dai fascisti. Erede delle posizioni bordighiane, durante il periodo fascista, ed oggi, può essere considerato il gruppetto dei cosiddetti «internazionalisti» (v.).

***

II. Giorgio Amendola  – Vigiliamo contro i trotskisti-bordighisti mascherati!

da: L’Unità, n. 6, 1938

La trasformazione del bordighismo e del destrismo da correnti antileniniste del movimento operaio italiano in una banda di contro-rivoluzionari al servizio del fascismo, non si esprime soltanto nelle posizioni di vergognosa capitolazione e di passaggio al nemico dei Bordiga, Damen, La Camera, Graziadei, ecc. Dietro di loro altri hanno sceso più o meno rapidamente il pendio che doveva portarli nelle file della contro-rivoluzione. Alcuni di questi elementi sono stati già smascherati. Ma noi vogliamo oggi, soprattutto, attirare l’attenzione sul fatto che più d’uno di questi nemici del nostro Partito è ancora nascosto nelle nostre organizzazioni di base. A causa del modo insufficiente con cui si è lottato contro il bordighismo, degli avversari della politica del Partito e dell’Internazionale sono riusciti a restare nelle nostre file.

Al servizio del fascismo

Vi sono dei compagni i quali pensano ancora che i trotskisti bordighisti italiani, o almeno una parte di essi siano sfuggiti a questo processo e siano ancora, pur avendo abbandonate le posizioni comuniste, degli antifascisti. In realtà le particolari condizioni italiane hanno favorito più che ritardato questo processo. La pressione ideologica e poliziesca del fascismo, l’acutizzazione della lotta di classe e l’inasprimento della situazione internazionale, hanno spinto al servizio del fascismo tutti coloro che, non essendo mai stati profondamente legati alla classe operaia e alla sua avanguardia, non avevano saputo rompere a tempo e definitivamente con le posizioni trotskiste e bordighiane di sfiducia nella possibilità di costruzione del socialismo in un solo paese, di avversione alla dittatura del proletariato, di opposizione alla formazione di un vero partito d’avanguardia della classe operaia, di capitolazione davanti all’offensiva fascista. Nella grande battaglia che da anni si combatte nel mondo tra le forze della pace e della democrazia, strette intorno all’U.R.S.S., e il fascismo, costoro si sono trovati fra i nemici del popolo, animati dalla volontà risoluta di impedire il trionfo delle forze democratiche, pronti ad applicare in Italia la «linea» trotskista del lavoro nascosto e sotterraneo, della pugnalata alle spalle.Il fatto che in Italia vi sono dei compagni fondamentalmente onesti i quali, sotto l’influenza del fascismo, cadono in errori, a volte assai gravi, di incomprensione e di settarismo, e che verso di essi il Partito deve usare, in primo luogo, dei metodi di persuasione e di rieducazione, è stato utilizzato da questi nemici per cercare di giustificare i loro errori passati e di riguadagnare la fiducia del Partito, per conservare l’arma preziosa dell’appartenenza al partito  e cerare di arrivare a dei posti di direzione. Essi sono diventati coscientemente dei nemici a doppia faccia.

Nemici nascosti

Il loro modo d’agire è caratteristico. Essi abbondano talvolta in ampie dichiarazioni di accordo con la linea del Partito. Quando hanno a che fare con un elemento sano e politicamente preparato essi rimangono coperti. Ma appena si accorgono che una scarsa preparazione politica e la particolare influenza della stampa fascista hanno creato in qualche compagno uno stato d’animo di dubbio e di perplessità, essi versano, graduando abilmente la dose, il loro veleno trotskista cercando di fare di questo militante un loro complice, persuadendolo che per poter rimanere nel Partito è meglio fingere e lavorare sott’acqua.Seminando la sfiducia e il disorientamento politico, questi nemici sono il battistrada e spesso gli agenti diretti della provocazione e della polizia. La loro presenza nelle nostre file, è certamente un pericolo che non deve essere sottovalutato e che esige in tutti i militanti la massima vigilanza rivoluzionaria.Alcuni compagni pensano che i trotskisti italiani sono pochi e quindi non possono essere pericolosi. Questi compagni evidentemente non si ricordano quello che Stalin ci ha insegnato: «Per rovinare e sabotare non è affatto necessaria una grande quantità di persone. Per costruire il Dnieprostroi bisogna mettere in movimento decine di migliaia di operai. ma per farlo saltare bastano forse alcune diecine di persone, non di più». Basta un provocatore bordighiano, un nemico a doppia faccia, insediato in un posto di direzione o anche alla base di una nostra organizzazione, per rendere vani gli sforzi e i sacrifici di diecine e diecine di militanti devoti alla causa del Partito, e per farli colpire duramente dalla polizia.

Epurare le organizzazioni

La caccia a questi nemici è certamente impresa non facile, che richiede una grande vigilanza rivoluzionaria., ma la conquista del bolscevismo, la conquista dell’unità ideologica, la formazione di quadri capaci di realizzare la politica di unione del popolo italiano voluta dal nostro Partito è condizionata al successo di quest’azione di smascheramento dei banditi a doppia faccia nascosti tra noi. Bisogna con fermezza applicare la risoluzione dell’Internazionale Comunista del maggio 1937 che prescrive di  «epurare le organizzazioni del Partito degli elementi trotskisti mascherati, inviati dal nemico di classe allo scopo di disorganizzare i partiti comunisti, ritirare dai posti di responsabilità gli ex-trotskisti che non hanno dimostrato attraverso il loro lavoro, durante un certo numero di anni, di avere abbandonato sinceramente il trotskismo e di essere veramente devoti al Partito e alla classe operaia».Contrariamente a quello che vorrebbe un certo liberalismo ancora troppo diffuso tra certi nostri compagni, le «condizioni particolari» della lotta in Italia ci impongono di essere particolarmente esigenti e severi nel valutare questa prova.

***

Il polpo Amadeo pronostica la fine del capitalismo

III. Massimo Caprara (*) – I Migliori di Bordiga

da: Il Giornale Nuovo, 23 febbraio 1988

Bukharin, irritato, s’alzò di scatto e raggiunse la tribuna. I delegati al IV Congresso dell’Internazionale Comunista, riuniti a Mosca nell’ottobre del 1922, tacquero impensieriti. Il «caso italiano», ossia la vittoria del fascismo, impensieriva l’assemblea.«Le vostre sono obbiezioni inconsistenti, motivate da settarismo inconcludente, alimentate da boria intellettuale», recitò Bukharin con violenza, sibilando in francese. Trotskij e Radek, membri anch’essi del presidium del Komintern, in quanto rappresentanti dell’egemone partito pan-russo, rincararono l’accusa: «Infantilismo, velleitarismo, radicalismo piccolo borghese, paura settaria del contatto con la vita reale, ecco le ragioni della vostra sconfitta». Kolarov, bulgaro, Humbert-Droz, svizzero, Rakosi, ungherese, uomini legati al gruppo dirigente sovietico allora unito attorno a Stalin, Trotskij e Zinoviev, (Lenin era ancora vivente ma debilitato dalla malattia che lo immobilizzerà pochi mesi dopo, da marzo), intervennero con martellante ostinazione, con una suranchère  predeterminata.Bukharin puntò il dito sul reo di tanto obbrobrio, riprendendo la parola: «Il compagno Bordiga fantastica sull’ignoto e intanto se ne sta con le braccia conserte». Bordiga, che era il più noto e popolare fra i capi del Partito Comunista d’Italia, nato a Livorno nel gennaio dello stesso anno [dell’anno prima, in realtà], si limitò a replicare con disprezzo: «La vostra analisi è sommaria; i vostri informatori superficiali. La verità è che voi ci chiedete di rinunziare alla nostra autonomia di giudizio e d’azione. Di fatto, volete ripiombare il proletariato italiano nella morta gora del centrismo massimalista vile e bagolone, che in questo momento vi blandisce per timor panico di Mussolini». L’Esecutivo allargato dell’Internazionale votò una risoluzione d’aperta condanna del partito italiano. Lo accusò d’aver assistito impotente al colpo di Stato fascista tramato all’ombra dei Savoia, d’aver ceduto alle squadre fasciste, d’aver portato al disastro l’intero movimento operaio italiano per una colpa precisa: il sinistrismo anti unitario predicato da Bordiga. E materializzò il dissenso e la sfiducia con una misura d’imperio: la sostituzione dall’alto e dall’esterno di tutto il gruppo dirigente italiano, dopo averlo nuovamente coperto d’insulti. Gramsci tacque, Togliatti si schierò con la maggioranza e accettò, dopo qualche esitazione, l’offerta di rimanere a Mosca. Bordiga, del tutto isolato, attaccò con sarcasmo soprattutto Zinoviev che era il più facondo: «Tu Gregorio, un ballista…». Poi scrisse e presentò una controrisoluzione severa: «Il vostro è un atto d’autorità. Un precedente rischioso. Per noi. Ma anche per voi». Una profezia dolorosa e antiveggente, ancora oggi significativa.

Fu lo stesso protagonista  dell’inquietante episodio a riparlarmene a Napoli, quarant’anni dopo. «Sono Bordiga» , mi disse avvicinandomi nell’antisala dei Baroni, al Maschio Angioino. «Si, Amadeo», volle precisare. In effetti, io lo avevo fissato nel corso di tutta la manifestazione perchè m’avevano anticipato che quel volto tondo e irsuto, quella figura tozza e pletorica era la sua: dell’Esecrando Traditore. Dopo il congresso di Lione che, nel gennaio del ’26, consacrò Gramsci segretario del partito, Bordiga era stato espulso con ignominia. Inutilmente, i delegati appartenenti alla sua frazione d’estrema sinistra lo avevano votato per il Comitato centrale. In precedenza, nel corso del dibattito sulle prospettive in Europa, Bordiga aveva nuovamente attaccato il Komintern, la cui maggioranza chiedeva agli italiani di  riunificarsi urgentemente con l’ala massimalista del partito socialista. «Ci date consigli opportunisti, siete una centrale neo-hegeliana e crociana, anzi una vera e propria scuola napoletana di filosofia», aveva tuonato mescolando ira e quello scherno inflessibile, permeato di localismo che praticò per tutta la vita.Più o meno nello stesso periodo avevano subito la stessa sorte dirigenti come Tasca e, da altre posizioni, Leonetti, Ravazzoli e Tresso, i cosiddetti «tre dell’opposizione trotskista». Intanto, il tribunale speciale fascista aveva iniziato la sua opera, condannando Bordiga, uno dei primi fra i quattromilatrenta iscritti del disciolto partito comunista: nel complesso, ventimila anni di carcere. Uscitone, Bordiga aveva ripreso a Napoli, nei cui dintorni era nato ed assieme alla moglie Ortensia aveva tessuto contatti fra i metallurgici di Castellamare e i ferrovieri di Portici, la sua professione di ingegnere edile. Schivo ed apprezzato costruttore d’opere private basate su avanguardistici calcoli di cemento armato, era stato nominato presidente del Consiglio dell’associazione degli ingegneri e architetti. In quanto tale, partecipava alle iniziative che, attorno al 1960, l’opposizione antimonarchica andava organizzando contro il sacco urbanistico della città. Nel ’62 la giunta democristiana e socialista, guidata dal sindaco Palmieri, lo aveva nominato, personaggio comunque al di sopra d’ogni sospetto, nella commissione di studio per il nuovo piano regolatore che avrebbe dovuto cancellare gli eccessi del comandante Lauro, sindaco per un decennio, trionfalmente eletto e riconfermato. Il compito era di bloccare l’espansione a macchia d’olio della città, alleggerendo la congestione dei quartieri spagnoli sopra via Toledo, ridisegnando una mappa nella quale insediamenti e infrastrutture pubbliche per baraccati e senza tetto trovassero spazio nelle zone di decentramento da Soccavo a Secondigliano, Pianura, Cappella dei Cangiani.Durante i lavori, Bordiga si scontrava sovente con altri due membri della commissione, Cosenza, comunista, e Piccinato, socialista, i quali, pur apprezzando le sue qualità tecniche e la sua lucidità culturale, respingevano la concezione rigidamente classista secondo la quale decentrare le abitazioni operaie equivaleva ad una «punizione sociale».«La vostra concezione è rozzamente populista», esordì Bordiga riferendosi ai suoi interlocutori nella commissione ed a me che, come capolista del PCI, diressi l’incontro al Maschio Angioino. «Senza riformare la concezione della città borghese, riuscirete a fare tutt’al più dei falansteri, dormitori inospitali e segreganti», egli commentò con sarcasmo appena attenuato dalla volontà di non urtare al primo incontro, di non ferire a freddo, lui che, nella sua vita ormai declinante, ben altri avversari aveva incontrato su ben altri argomenti di portata epocale. A questo pensai, accompagnandomi con lui, fuori dalla porta trionfale dei Laurana verso Piazza Municipio. La conversazione fu solo pragmatica, ma io avvertii nelle sue frasi controllate, indifferenti, falsamente distaccate, la pressione di volersi confrontare non con me ma con chi, Togliatti, io avevo avuto e avevo occasione di frequentare quotidianamente e lui di aborrire intensamente. Di lui, direttamente, non mi chiese. Né come fosse diventato, né cosa dicesse. Gli sentii soltanto esprimere sfiducia, quasi ripugnanza sulla linea del partito, il nostro, quello comunista. Alla fine esplose da vecchio cospiratore «entrista», come usavano definirsi gli oppositori trotzkisti che avevano deciso di restare dentro il partito per farvi opera di divisione e di propaganda alternativa. «I vostri quadri migliori sono nelle mie mani. Sono io che li dirigo», si vantò sciorinandomi un elenco di iscritti ai quali tutte le sere egli faceva lezione di tattica e strategia insurrezionale. Erano Giorgio Quadro, capo della commissione interna delle officine Miani e Silvestri; Gennaro Rippa, delle officine ferroviarie meridionali; Franco Panico della Precisa, fabbrica di meccanica fine; Salvatore Castaldi, tipografo che correggeva dalla linotype i pezzi dei collaboratori del Mattino; Guglielmo Peirce, raffinato scrittore d’ascendenza inglese, Ugo Arcuno, professore al liceo Genovesi come la sorella, animatrice di proteste studentesche prima e dopo del ’68; Salvo Mastellone, letterato e poeta assai squisito. In quel momento trovai in lui, con rispetto, la caparbia ostinazione di chi non accetta sconfitte, non le incassa e se ne duole amaramente anche a distanza d’anni; che non attenua e neppure sfuma la propria intransigenza ma la cova ed alimenta con intelligente, privato fervore.Dei quali si limitò a dire che li disprezzava. «Non per quello che di politico hanno fatto e stanno facendo», spiegò, «ma per il malcostume irrimediabile che hanno introdotto nei nostri rapporti». Per proseguire, mi diede un appuntamento per l’indomani. Vi andai con qualche emozione, poichè era pur sempre un incontro che Roma non avrebbe approvato. Lo incontrai da Caflisch a Piazza Dante. Portò una borsa di pelle dalla quale trasse con cautela una foto non sgualcita, conservata con cura, che io avevo già visto circolare fra i militanti più fidati. La riguardai: una coppia di freschi sposi  (lei in abito bianco di tulle e lui in marsina) passa, nella foto, sotto una guardia d’onore formata dai pugnali sguainati dei Moschettieri del Duce in divisa nera con borchie dorate e teschi sulle mostrine. Negli anni ’30 era un onore riservato solo ai fedelissimi del fascismo. «Questa è mia figlia. Non si è mai sposata», commentò Bordiga. «E’ uno sporco fotomontaggio con il quale il partito ha cercato di denigrarmi presso i miei compagni. Togliatti ne sa qualcosa». Non so dire perchè non uscii allora dal partito comunista, visto che ne sapevo abbastanza ed anche troppo. Ora che ci ripenso, trovo che lo feci per non disertare, considerato che era troppo facile e senza danno andarsene a casa, dimenticare, smettere.

(*) Massimo Caprara fu dal 1944 segretario personale di Palmiro Togliatti per vent’anni.

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