NEL NOME DEL PADRE (E DEL LAVORO SALARIATO)

“Tutto ciò che di Dio si dice, si scrive o si insegna senza la coscienza delle segnature è muto e senza ragione, poiché viene soltanto dalla vanità della storia, da un’altra bocca, in cui lo spirito senza conoscenza rimane muto. Ma se lo spirito gli dischiude la segnatura, allora egli comprende l’altra bocca, e comprende inoltre come lo spirito si è rivelato con la voce nel suono a partire dall’essenza e attraverso un Principium.” (Jakob Böhme, De signatura rerum – cit. da Giorgio Agamben in Signatura rerum, 2008)


“I chiàcchiri su belli, ma i maccarruni allìncunu ‘a panza (1)”. (Proverbio catanese)


1) Tornare salariati:

I teorici del precariato-classe non lo dicono però ogni mattina accendono un cero sotto l’altare dello sfruttamento.

Pregano che tornino i bei vecchi tempi quando il lavoro del salariato (2) non era “strumentale” e “opportunistico”, ma qualcosa in più che l’odierno “guadagnarsi da vivere” saltando da un lavoro non tutelato all’altro, proprio della massa di precari che oggi affollano il “Nord Globale”.

Rimpiangono quella Età dell’Oro – come la chiama Giorgio Ruffolo, in cui “i capitalisti rinunciavano alla ricerca del massimo profitto e i sindacati alla piena utilizzazione del loro potere contrattuale. Ambedue [subordinando] le loro pretese al vincolo dell’aumento della produttività [stabilendo] quel patto fondamentale tra capitale e lavoro, cuore del compromesso tra capitalismo e democrazia” (Giorgio Ruffolo, La Mutazione del Capitalismo, La Repubblica, 06/07/11)

Lavoratori felici

Era dunque grazie alla magnanima abnegazione dei rappresentanti delle controparti che i lavoratori potevano godere “di una identità fondata sul lavoro”, piuttosto che pagare con la “mancanza di stabilità” e la “impossibilità di pianificare” che sconta oggi il precariato.

Visto che si tratta di buone e cattive volontà a confronto, mi sembra chiaro come poi Guy Standing nel suo The precariat: The New Dangerous Class possa permettersi la sparata che il “neo-liberismo” sia da attribuire al putsch di “un gruppo di economisti orientati ideologicamente”, che negli anni ’70 “si è impossessato delle orecchie e delle menti dei politici”, piuttosto che svilupparsi “come una necessità avvertita dal processo di accumulazione capitalistica giunto a un altissimo grado di “maturazione” – come giustamente sottolinea il Nostromo nel suo Vite precarie.

Ma, a parte le ingenuità del professore inglese, di quale stabilità stiamo parlando? Della stabilità di Fantozzi, che il megadirettore riammette tra le rassicuranti mura dell’azienda alla fine di ogni film? Pianificare cosa? Il miglior itinerario per raggiungere il posto di lavoro una volta per sempre? E cosa sarebbe questa identità fondata sul lavoro salariato? Non è forse il lavoro una merce come le altre, che si scambia col denaro necessario per sopravvivere, e che il lavoratore è libero di vendere a chiunque, ma non è libero di non venderla se non vuole rinunciare alla propria esistenza?

E non è forse questo l’esatto contrario di una identità?


Giorgio Vasari, La mutilazione di Urano da parte di Crono, XVI secolo

2) Chiedere perdono a papà:

“Lacan è stato un grande maestro perché la sua virtù più profonda era di aprire interrogativi invece che fornire risposte”, ammette Massimo Recalcati nella sua intervista su l’Unità del 07/04/11 (Beppe Sebaste, Niente padre (forte), niente limite niente desiderio, niente ribellione…).

Lui stesso però non sembra apprezzare granché la virtù del maestro e nelle sue ultime produzioni non esita a collocarsi invece nella posizione del maître nell’omonimo discorso del Seminario XVII – lo stesso errore fatale che, secondo lo psicoanalista belga Paul Verhaeghe, se da una parte consegnò Freud all’altare degli autori più prolifici e apprezzati del XX secolo, dall’altra bloccò il progresso della terapia psicoanalitica per qualche decennio (3).

Non ho ancora letto, e non credo che lo farò, Cosa resta del padre?, il nuovo saggio di Recalcati. Già il suo precedente L’uomo senza inconscio (che avrebbe fatto meglio ad intitolarsi L’uomo senza padre) mi ha annoiato molto con un sovraccarico di moralismo che non ha mai avuto territorio nella psicoanalisi di Lacan.

Nel suo nuovo libro lo psicoanalista italiano sembra persino rincarare la dose a giudicare dallo stesso paragrafo che il giornalista dell’Unità si preoccupa di riportare nell’articolo:

“La figura del padre ridotta a “papi”, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi.

Saturno devorando a un hijo (Francisco de Goya, 1819-1823)

Purtroppo Recalcati (altrimenti uno dei migliori divulgatori di un pensiero non facile come quello lacaniano) risulta essere pericolosamente ambiguo nel suo giocare con la faccenda dei due inconsci a cui assegna opposte valenze etiche. La sua distinzione tra un inconscio che, come il colesterolo, si distingue in buono – quello “simbolizzante”, e “maledetto” – quello del Todestrieb, non solo crea confusione sul fatto che il desiderio è già l’incasinatissimo risultato di una originaria dialettica tra Simbolico e Reale (4), ma sembra a volte quasi voler suggerire che la patologia psicotica del nostro tempo della “evaporazione del Padre” possa essere contrastata restituendo la nevrosi al soggetto contemporaneo (o il soggetto contemporaneo alla nevrosi, se preferite).

Su questo tema Slavoj Žižek è molto chiaro: “The intimate link between subject and failure lies not in the fact that ‘external’ material social rituals and/or practices forever fail to reach the subject’s innermost kernel, to represent it adequately […] but, on the contrary, the fact that the ‘subject’ is nothing but the failure of symbolization.” (5)

Occorre quindi comprendere senza gli equivoci indotti dal discorso di Recalcati, che il linguaggio in cui il soggetto lacaniano nasce non è affatto “il patto simbolico tra gli uomini” che lo psicoanalista italiano prova a contrabbandare, ma l’inferno della Legge che inganna il soggetto celandogli il proprio nucleo vacante.

L’urgenza quindi non è quella di restituire un Padre agli uomini, ma permettere che essi accedano alla semplice verità che il trono del Padre è vuoto: “Il n’y a pas d’Autre de l’Autre”.

Ma di che Padre parla veramente Recalcati? Non voglio rispondere a questa domanda e preferisco che ognuno faccia la propria riflessione. Mi permetto solo di ricordare le parole chiave nell’ordine in cui vengono usate nella citazione dell’articolo dell’Unità, a costo di essere accusato di volerle decontestualizzare strumentalmente (6):

valore virtuoso del limite;
denaro/
riconoscimento;
– rinuncia;
fatica;
opposizione [alle] istituzioni e [alla] legge (come disvalore);
pudore;
senso di colpa.

Da parte mia ciò che maggiormente mi delude dello psicoanalista è la sensazione che la sua ambiguità non segua un abbaglio teorico, ma un’affiliazione a quell’area della politica italiana che ha fatto dell’idolatria dello Stato, della Legge e della Disciplina i colori della sua bandiera.

Non è una novità. Fortunatamente Lacan sa difendersi da solo.


Concludendo

La nostra è un’epoca terribile, senza precedenti da generazioni, e la grande confusione sotto il cielo non rende affatto eccellente la situazione.

Ma se è vero che il parlare è un fare, il parlare politico del nostro tempo – questo mosaico eterogeneo di idee di giustizia e dichiarazioni d’impegno – rischia di funzionare come una cluster bomb le cui cariche incontrollate esplodono in focolai di pratiche contrarie agli ideali di chi le lancia.

La questione che mi pongo è dunque: se nella società inumana lottare per sopravvivere è inevitabile; dato che nessuna vita in essa è possibile, possiamo volere la sopravvivenza senza amarla?

Sembra di no. Sembra necessario procurare alla non-vita una dignità fittizia ricavata da un passato idealizzato che somiglia tanto alla triste abitudine dei morti viventi di George A. Romero di frequentare i supermercati per far finta di essere vivi.


NOTE

(1) “Le chiacchiere son belle, ma i maccheroni riempiono lo stomaco.”

(2) “Salariat: those still in stable, full-time employment, pensions, paid holidays, employers-provided benefits often subsidized by the state.” [Trad.: “Salariati: quelli che hanno ancora un impiego stabile e a tempo pieno, pensione, ferie pagate, benefici previdenziali forniti dai datori di lavoro, spesso finanziati dallo stato”]. [Da: Defining The Precariat su The Global Sociology Blog]

(3) vedi: Paul Verhaeghe, Tussen Hysterie en Vrouw (trad. inglese: Does the woman exist? From Freud’s hysteric to Lacan’s feminine, 1997)

(4) vedi: Alfredo Eidelsztein, El grafo del deseo, 2005

(5) “L’intimo legame tra soggetto e fallimento non sta nel fatto che materiali ‘esterni’ rituali sociali e/pratiche manchino per sempre di raggiungere il nucleo interno del soggetto […] ma, al contrario, il fatto che il ‘soggetto’ non è altro che il fallimento della simbolizzazione.” (Slavoj Žižek, Class struggle or postmodernism?: Yes, please!, in Butler, Laclau, Žižek, Contingency, Hegemony, Universality, 2000)

(6) Ammesso che Recalcati non abbia avuto nessuna intenzione di esercitare pressioni morali sui suoi lettori, ognuno di noi sa bene che uno psicoanalista che pretende di scrivere sul nuovo disagio della Civiltà, non può far finta di non sapere che – prima ancora che di banalissimi Rolex, 4×4, puttane e cocaina – la fame bulimica del gregge ha come pietanza prediletta le infide merci sublimi atte a soddisfare la voglia etica del giorno con soli cinque minuti nel microonde.

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2 risposte a “NEL NOME DEL PADRE (E DEL LAVORO SALARIATO)

  1. Pingback: L’ECCEZIONALE POTENZA EVOCATIVA DELLA PAROLA PATERNA… « Sebastiano Isaia·

    • Esatto. Proprio quando sono arrivato a pagina 13 mi è venuta voglia di mettere “L’uomo senza inconscio” su eBay.

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