CRISI E NEOPAUPERISMO

Questo articolo è la sintesi di tre interventi apparsi in precedenza su questo blog (Penitenziagite!, Ancora su crisi e neopauperismo e Nichilisti o cornuti?) con alcune potature, aggiunte e spiegazioni per meglio chiarire la mia critica della dottrina della decrescita per chi fosse interessato.

“Noi riconosciamo che la separazione dell’umanità dalla natura, dall’interezza della vita, conduce il genere umano alla sua distruzione e alla morte delle nazioni. Solo attraverso una reintegrazione dell’umanità nell’insieme della natura la nostra gente può farsi più forte. Questo è il punto fondamentale del compito biologico della nostra età. Il genere umano non è più l’obiettivo del pensiero, ma piuttosto la vita come un tutto […]. Questo sforzo verso la connettività con la totalità della vita, con la natura stessa, la natura nella quale siamo nati, questo è il più profondo significato e la vera essenza del pensiero nazionalsocialista“. (Ernst Lehmann (1), Biologischer Wille. Wege und Ziele biologischer Arbeit im neuen Reich, München 1934).

I. La filosofia della Povertà Prudente

Quell’abisso chiamato futuro che l’attuale crisi mondiale ha aperto, ha fatto del modello biopolitico della decrescita una delle più inquietanti distopie sognate dalla folla disorientata dei milioni di indignati che invadono le strade di mezzo mondo.

Il ragionamento che sta al fondo dell’opzione decrescista è semplice: se l’eccesso di consumo è la malattia del pianeta, allora è urgente ridurre i consumi. E per ridurre i consumi bisogna decrescere.

Qui però non è tanto una critica delle banalità modello economico della decrescita che m’interessa sviluppare, quanto piuttosto cercare d’intrecciare alcuni nessi che tale modello intrattiene con gli altri astri della variegata costellazione dottrinale dell’etica indignazionista.

Si prenda, ad esempio la sorprendente coesistenza nel cuore dei decrescisti della passione per il localismo e di quella per lo Stato, cioè per la più potente delle macchine governative. Come fanno a stare insieme? Sul fatto che l’indignato decrescista ami lo Stato non mi sembra ci siano dubbi: lo dimostra la distinzione morale che egli opera tra il cattivo neoliberismo e la buona economia (capitalistica) nazionalizzata, sebbene in entrambi i casi il nucleo mostruoso della macchina capitalistica – ovvero l’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato – rimanga intatto.

Il fatto che la felicità dell’ecovillaggio venga al prezzo della rinuncia alle delizie del consumismo e alla scelta di una povertà prudente che aprirebbe le porte alla possibilità di salvare il pianeta ed apprezzare i valori ‘autentici’ della vita, fa tornare in mente un’altra orribile distopia (guarda caso fomentata dagli stessi teorici delle odierne fantasie luogocomuniste) che esaltava la frugalità ‘volontaria’ dei lavoratori russi contro l’opulenza dello sfrenato consumismo amerikano al fine di affermare la superiorità morale del sobrio modello di capitalismo di stato sovietico, in realtà tutto orientato al rafforzamento militare di una grande potenza non meno imperialista di quella statunitense.

Sembra correre dunque questo inquietante legame sotterraneo tra il neofrancescanesimo dei nostri giorni (che si supporrebbe dover seguire l’esempio dell’inoperosità del poverello di Assisi) e l’etica del sacrificio sull’altare della produzione dello stakhanovismo sovietico.

Chi non sa ancora darsene ragione potrà sempre rivolgersi all’impiegato di un banco del lotto napoletano per farsi suggerire un ambo. [segue]

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5 risposte a “CRISI E NEOPAUPERISMO

  1. Mi è piaciuto in diverse parti il tuo articolo, non nella presa di posizione.
    Io penso che mai si dovrebbe attribuire troppo a singole teorie/esposizioni, tu lo critichi, ma senza elasticità ed allora non si rischia di finire in errori simili?
    Citi Latouche, ma poi bisogna metterle in pratica le cose, molti lo citano, lo amano e poi creano delle “cose” (chiamiamole così) che sono libera interpretazione. C’è bisogno di ricordare il parallelismo Gesù Cristo tradizione della Chiesa Cattolica?
    Mi spiego: le teorie, gli autori (come fai intendere anche tu, ma dopo tendi alla demonizzazione) espongono un’idea, delle pratiche, poi sta a chi legge interpretare ed applicare e qui entra in campo la personalità ed il modo di pensare di ognuno, per fortuna diverso.
    Per quanto riguarda il capitalismo, che sia liberista, statalista sempre quello rimane e son d’accordo con te. Provare a parlare di qualcosa di leggermente diverso si può (non è obbligatorio il sistema capitalistico), abbiamo diversi sistemi nel mondo (e ne abbiamo avuti) che si potrebbero contestualizzare e riproporre (e non sto assolutamente facendo un discorso bucolico, contetsualizzare appunto). Inoltre anche recentemente (parlando di secoli) ci sono state proposte abbastanza organiche in controtendenza rispetto al capitalismo, magari qualche spunto da Che cos’è la proprietà di Proudhon lo si potrebbe prendere.
    Sono d’accordo con te che bisogna essere aperti e meno pecoroni, tuttavia quando si mischiano categorie si rischia sempre di finire nel dualismo da squadra di calcio che tristemente imeprversa nella nostra società… Voi siete, loro sono, al posto di un bel vediamo un po’ come potrebe funzionare….

    • È un segno caratteristico dei nostri tempi “liquidi” proclamarsi possibilisti o “elastici”. Non solo perché equivale ad esibire sui balconi la bandiera multicolore della tolleranza, ma soprattutto perché offre la comodità di non doversi assumere la responsabilità di avere un’opinione, con tre ulteriori vantaggi: 1) quello di non essere giudicati qualunquisti; 2) quello di non offendere gli amici e 3) quello di non precludersi potenziali clienti.

      Personalmente preferisco trarre conclusioni da quello che osservo e rispondere delle opinioni che esterno. Se poi mi sbaglio, non provo alcuna vergogna a chiedere scusa, contento anzi di aver imparato qualcosa di nuovo. Paradossalmente, la prescrizione della “elasticità” è la proibizione del giudizio individuale vista da dietro, ovvero la più rigida delle ordinanze.

      Sia come sia, sono decenni che aspetto qualcuno che mi liberi dalla delusione che ha seguito la mia scoperta che su questo pianeta non c’è una sola società, una sola nazione, un solo villaggio, un solo individuo che sia immune all’influenza della cornice in cui è irrimediabilmente inscritto. Quando lo incontrerò gli sarò grato per sempre.

      Per il resto lascio a te giudicare (sempre che le tue convinzioni ti permettano un tale atto di superbia) chi è “rigido”: quelli che hanno già condannato il mondo alla catastrofe, o chi è certo che quell’umanità che gli “amici della terra” chiamano “cancro”, abbia – letteralmente – infinite possibilità.

      Grazie per il commento.

      PS: Latouche come Gesù – questo sì che è interessante…

  2. il paragone, anche poco felice se vuoi era per fare passare un concetto. Comunque io penso che l’elasticità non voglia dire rinunciare alle proprie idee ed alla loro forza, tuttavia accetto le idee degli altri, anche quando non le faccio mie. Il significato che intendevo attribuire era più orientato alla tolleranza, ma fors enon abbiamo la stessa idea di tolleranza e questo va bene, anzi è perfetto. Io penso che non incontrerai mai nessuno completamente libero dal suo contesto e te lo auguro anche, perchè quando uno pensa di trovare una persona di tal tipo poi sovenet si rivelano le più brutte sorprese. Ognuno è figlio del proprio contesto, dal quale poi deve emanciparsi con i mezzi che ha e che riesce a trovare. Una persona ben radicata, ma con lo sguardo universale, cito un giornalista musicale, perché questa frase calza a quello ceh voglio dire: “una persona con i piedi ben immersi nel fango e lo sguardo verso le stelle”.
    Non era per fare della poesia banale sia chairo. Ciao!

    • Credo che il trucco si sveli da sé quando si passa dall’uso della parola ‘tollerante’ come aggettivo (“Io sono tollerante”), a quando la tolleranza si esprime in forma di verbo transitivo (“Io tollero questo, Io tollero quello”).

      Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, già menzionato nell’articolo, fa una divertente battuta sulla “discriminazione inversa” nascosta dietro questo concetto genuinamente postmoderno.

      Dice (cito a memoria): “Provate ad immaginare cosa succederebbe ad un uomo dei nostri giorni – democratico e politicamente corretto – che discutendo sulla condizione delle donne ad una assemblea di femministe, si permettesse di dichiarare: “Io tollero le donne!”. Sinceramente non vorrei essere al suo posto…”

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